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INDICE

ARATRI

SEMINATRICI

MIETILEGATRICI

TREBBIATRICI

MOTORI STAZIONARI

TRATTORI

MACCHINE PER LA FIENAGIONE

 

Aratri

L’aratro è uno strumento usato in agricoltura fin dai tempi antichi per smuovere il terreno e prepararlo per le successive lavorazioni e/o direttamente per la semina.

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 Per la parte più lunga della propria storia, circa 6.000 anni, l’aratro è stato un attrezzo interamente di legno. Per i 3.000 anni successivi, è stato invece un attrezzo di legno dotato di un solo elemento di ferro, il vomere, che fino al Settecento, e in alcuni continenti fino alla metà del XX secolo, era una cuspide con la forma di un’antica punta di freccia.

Il primo aratro in ferro di successo commerciale fu il modello Rotherham, sviluppato da Joseph Foljambe a Rotherham (Inghilterra) nel 1730, particolarmente resistente e leggero la cui costruzione era basata su studi matematici applicati al versoio di James Small: in pratica, poteva tagliare, sollevare e rovesciare una striscia di terra.

I principali componenti di questo aratro erano già noti in Cina da millenni e si pensa ad una diffusione della tecnologia fino all’Europa attraverso la Germania; nonostante ciò, in molte parti del mondo, Italia compresa, corpi lavoranti di legno sono comuni ancora fino al 1950.

Gli aratri in acciaio, che nacquero durante la rivoluzione industriale, erano ancora più resistenti e leggeri di quelli in ferro o in legno e, quindi, la produzione di fine ottocento e inizio novecento fu una produzione di buona qualità per la quale primeggiarono soprattutto la Germania (agli inizi del ‘900 la RUD SACK di Lipsia aveva più di 2000 dipendenti) e l’Inghilterra.

Fino a qualche secolo fa, per il tiro dell’aratro venivano utilizzati solo animali (bue, asino, cavallo, renna) ma successivamente il tiro sara’ quasi esclusivamente prerogativa del trattore e, con la potenza dei motori, i vomeri cominciano ad essere più grossi e spesso più di uno.

Oltre all’aratro, per la lavorazione del terreno vengono utilizzati tanti altri attrezzi sia a traino che azionati dalla presa di forza del trattore: erpice, frangizolla, estirpatore, rip, fresa, rullo compattatore.

Oltre 20 esemplari vanno a costituire la ricca collezione dell’ISISS con esemplari, di origine artigianale, della Rud Sack, della Guerri, a traino sia animale che meccanico, carrellati o portati.

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Seminatrici

La seminatrice è una macchina agricola utilizzata per mettere a dimora semi su un terreno precedentemente preparato in modo opportuno.

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Tale attrezzo, un tempo trainato dai buoi, successivamente viene trainato o portato da trattori ed a volte è semovente. La seminatrice realizza congiuntamente il solco di semina, la deposizione dei semi, la chiusura del solco e il parziale costipamento della terra attorno al seme. Spesso le seminatrici sono munite di serbatoi e sistemi di distribuzione aggiuntivi per fertilizzanti o fitofarmaci in forma granulare, e talvolta liquidi.

La prima macchina seminatrice venne realizzata da Jethro Tull nel 1701. Prima di questa invenzione ed in tanti casi fino ai giorni nostri, i grani erano sparsi a mano e non tutti germinavano. La macchina di Tull migliorò considerevolmente questo principio con un aumento del tasso di germinazione e un raccolto aumentato fino all’800%.

Il successo della semina dipende innanzitutto dalla qualità e germinabilità dei semi utilizzati, poi dalla corretta preparazione del terriccio destinato al semenzaio e dalla giusta profondità di semina, infine dall’umidità e dalla temperatura richiesta da quel tipo di seme. La germinazione avviene in un tempo più o meno rapido a seconda della specie e di fattori ambientali.

Nella collezione dell’ISISS sono presenti seminatrici in linea sia a traino che portate (fra le quali due Guerri) e una seminatrice della Gallignani semovente con motore VM.

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Mietilegatrici

Le macchine falciatrici trainate furono opera delle prime industrie meccaniche dell’800 e, sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, trovarono subito un vasto mercato, anche se la mietitura del grano, soprattutto nelle zone interne dell’Italia meridionale, dove la meccanizzazione risulta ancora oggi difficile, rimase un’operazione manuale fino agli anni cinquanta e oltre.

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La mietitura, sia manuale che meccanica, era un’operazione molto faticosa ma allo stesso tempo allegra, che doveva essere conclusa nel giro di qualche mese, in pratica quando il grano era maturo. Nella mietitura manuale in genere ci si divideva i compiti in quanto c’era chi mieteva e chi legava il grano raccolto ma, il corredo di ciascun mietitore restava lo stesso: la falce, le cannette per proteggersi le dita, una paglietta per proteggersi la testa e pochissime altre cose per garantirsi un minimo di sopravvivenza.

Per circa un mese i mietitori lavoravano dall’alba fino al tramonto. Uniche pause nella giornata erano quelle concesse per consumare i pasti che, quando la prestazione era a cottimo, erano molto poveri e consistevano quasi sempre in pane e formaggio, pane e cipolla o altro companatico, e vino.

Per la mietitura meccanica in un primo momento le complesse macchine mietitrici vennero trainate da animali e successivamente dai trattori. Una grossa ruota centrale metteva in moto tutti gli organi della macchina mietitrice, la lama, i rulli e i teli per trasportare il grano mietuto, l’aspo, il legatore che utilizzava spago prodotto in Italia con canapa o con sisal o manila importati dall’estero. Successivamente vennero prodotte attrezzature che venivano montate sulle comuni falciatrici, piu’ agili e leggere, e con il sopraggiungere delle mietitrebbiatrici le mietilegatrici non hanno piu’ avuto ragione di esistere.

Nella collezione dell’ISISS sono presenti due mietilegatrici a traino (una FAHR e una Laverda) e una falciatrice BCS con legatore, tutte ancora funzionanti.

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Trebbiatrici

La trebbiatrice è una macchina molto complessa che è in grado di separare il seme (di grano, di biada, di mais) dal resto della pianta ed è animata da una locomobile, da un motore fisso o da un trattore, ma che può anche essere semovente e, in tal caso, si parla di mietitrebbiatrice.

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In Italia, la costruzione di macchine per la trebbiatura ha interessato, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Sessanta del Novecento, circa 300 costruttori, tra grandi industrie, piccole botteghe familiari, divenute nel tempo importanti ditte, e piccoli artigiani.

Le ditte costruttrici di macchine trebbiatrici in Italia iniziano a produrre i macchinari già a fine ‘800, ma riescono ad essere competitive solo nei primi anni del Novecento con la costruzione di macchine per la trebbiatura in grado di competere a livello di prezzi e prestazioni con la sempre più agguerrita concorrenza straniera.

In questo periodo le ditte più importanti hanno sede in Piemonte (Abbriata, Pietro Orsi e figlio), in Lombardia (Breda, Casali, Fili Carra), in Veneto (Mansal), in Emilia Romagna.

Nel Nord Italia l’industria metalmeccanica vanta con­solidate tradizioni per cui, negli anni ’30, sul mercato dei produttori si affermano la AMA in Piemonte, la Marinoni, la Fausto Arona e la O.M in Lombardia. Ma allo sviluppo del settore contribuiscono anche l’Emilia Romagna con la SAIMM e il Centro Sud con la Mancini in Puglia, con la Paradiso e la Ci­coria in Basilicata, con la Recchioni e la Renato Rossini nelle Marche.

La diffusione delle trebbiatrici in Italia avviene in modo più lento sia rispetto ad altri paesi europei che all’Ame­rica. Nel 1935 risultano in funzione solamente 26.000 trebbie (metà delle quali di costruzione straniera), mentre la Francia già nel 1858 disponeva di 60.000 macchine, che salgono a 130.000 nel 1875; la Germania nel 1882 conta­va su 75.000 trebbie, salite a 295.000 nel 1895 e a poco meno di un milione nel 1933.

Le statistiche evidenziano che nel 1935 nell’Italia set­tentrionale il 92% del frumento viene trebbiato a macchina, percentuale che scende all’86% nel Centro, al 33% nel Sud e a un misero 13,5% nelle isole. In questo periodo circa la metà delle trebbiatrici è di origine straniera, con al primo posto Hofherr-Schrantz (3.363 unità), seguita da Marshall (3.323), Ruston-Proctor (3.133) e Clayton-Shuttleworth (980). Ben 32 sono i costruttori italiani, di cui solo Mais (1.767 unità), Breda (1.556) e Casali (1.354) detengono quote si­gnificative di mercato, a dimostrazione del livello artigiana­le del settore.

Mediamente in Italia nel secondo dopoguerra è presente una trebbiatrice ogni 110 ettari di terreno coltivato, contro una ogni 10 della Germania e una ogni 8 della Svizzera; inoltre, nelle regioni meridionali e insulari continua ad essere largamente diffusa la trebbiatura per calpestio animale, con trebbiatoio o per semplice battitura. Nel Sannio, il luogo della trebbiatura è stato l’aia. A disporre di aie e/o spazi destinati alla battitura del grano inizialmente erano i piccoli conventi e le grosse tenute e, successivamente, anche i piccoli centri montani e di pianura e buona parte delle masserie.

La collezione ISISS per il momento conta solo su tre trebbiatrici (di cui un piccolo trebbiatoio della LEITNER) e due sgranatrici, anche a causa della ridotta capienza in altezza dei locali disponibili (le trebbiatrici nel caso in cui montano un elevatore richiedono locali alti circa 5 metri).

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Motori Stazionari

Negli ultimi anni dell’Ottocento, sia nell’industria (segherie, frantoi) che in campo agricolo (per l’aratura e per animare le trebbiatrici), cominciano a diffondersi nelle pianure italiane le macchine a vapore. Sono macchi­ne importate principalmente dal Regno Unito (Marshall, Ruston & Proctor, Richard Garrett, Clayton & Shuttleworth, Ransomes & Sims), dalla Germania (Heinrich Lanz, May-farth), dalla Francia (Brouhot, Renaudt et Lotz), ma anche dall’Austro-Ungheria (Hofherr & Schrantz, Regie Ferriere ungheresi).

Le locomobili sono motori termici facilmente trasportabili, sistemati su di una intelaiatura metallica montata su un carro a due o quattro ruote. La locomobile a vapore è la più diffusa e si compone del generatore di vapore e dell’apparato motore disposto sul cielo della caldaia.

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Anche se in  ritardo rispetto ad altri luoghi d’Europa e d’Itala, già a fine Ottocento anche il territorio sannita, almeno quello di pianura, era servito da trebbiatrici azionate da macchine a vapore, delle quali si conservano testimonianze documentali negli archivi comunali oltre che in documenti fotografici dell’epoca (documenti fotografici di macchine a vapore in azione provengono da Venafro, da Sant’Agata dei Goti, da San Nicola Manfredi, da Teano). Già allora era obbligatorio stipulare contratti assicurativi che andavano a coprire eventuali infortuni degli operai e le Prefetture minacciavano la revoca delle concessioni qualora non si fosse provveduto a tale adempimento.

I detentori di caldaie a vapore erano obbligati, a proprie spese, ad effettuare un  collaudo biennale e ad ottemperare alle disposizioni conseguenti agli esiti della verifica. Addetto al collaudo era un ingegnere dell’Associazione Nazionale per il Controllo della Combustione, che in genere in fase di collaudo faceva raggiungere alla vaporiera una pressione doppia di quella di effettivo esercizio e verificava la funzionalità dei vari componenti.  Le norme erano abbastanza severe, in pratica, se mancava il collaudo o l’assicurazione o non c’era un conduttore con regolare patente, la locomobile trebbiatrice non veniva autorizzata al lavoro.

Gli esami per il conseguimento del certificato di capacità al governo delle caldaie a vapore erano disposti con decreto della Prefettura, che istituiva sessioni d’esame con una prova teorica ed una prova pratica di conduzione. Il conseguimento dell’attestato non era cosa di poco conto, non tutti potevano permetterselo, oltre che per i requisiti, anche per l’impegno economico e di tempo, ma soprattutto per le difficoltà dell’esame.

Gli esami tenuti nella provincia di Terra di Lavoro nel 1913, come requisiti di ammissione prevedevano un’età minima di 18 anni, un certificato penale pulito, buona condotta, certificato di tirocinio pratico dal quale doveva risultare che l’aspirante aveva realmente operato per almeno 500 giornate come fuochista sotto la guida di un conduttore patentato, capacità di  lettura e scrittura, ecc.; per quanto riguarda l’esame teorico, quest’ultimo verteva su argomenti quali vapore, combustibili, combustione, caldaie, accessori delle caldaie, apparecchi ausiliari, condotta delle caldaie, pulizia e manutenzione ordinaria delle caldaie, regolamento sulle caldaie.

Le macchine a vapore vengono successivamente sostituite con motori a combustione interna, molto più leggeri e maneggevoli, che vengono utilizzati per azionare trebbiatrici e soprattutto le pompe irrigue, frantoi.

La collezione dell’ISISS si compone di motori carrellati Lombardini, Ruggerini.

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Trattori

A livello industriale il trattore è nato nel 1892 negli Stati Uniti d’America e, in pochi anni, è riuscito a sostituire gli animali da tiro.

I primi modelli non erano molto maneggevoli e, peraltro, molto pesanti. I rapporti peso potenza erano variabili dai 150/250 Kg/CV e quindi 8/9 volte superiori ai trattori prodotti oggi.

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La Ford già negli anni ‘20 fu in grado di offrire a tutti gli agricoltori un trattore leggero e manovrabile che per il suo prezzo contenuto ebbe un successo commerciale senza precedenti. Dal primo prototipo del 1907, nel 1917 la Fordson costruì i primi esemplari del famoso modello Fordson N. Questi fu il primo trattore che, nonostante i problemi di funzionalità, venne prodotto su larga scala e contribuì in maniera determinante al processo di meccanizzazione agricola mondiale.

Il primo prototipo del trattore italiano fu progettato nel 1927 da Francesco Cassani, giovane ingegnere di 27 anni. La Cassani diventò SAME nel 1942.

L’industria dei trattori italiana si sviluppò rapidamente tra le due grandi guerre ed ebbe un decollo con società costruttrici quali FIAT, OM, LANDINI, SAME, PASQUALI, LAMBORGHINI, GOLDONI, CARRARO, società che hanno elevato a livello mondiale l’evoluzione delle trattrici di piccola taglia dai 15 ai 100 CV.

Negli oltre 100 anni di storia, il trattore agricolo si è migliorato, potenziato e completato. L’introduzione di nuovi dispositivi e organi come il sollevamento idraulico, la presa di potenza, la doppia trazione, la guida satellitare e così via, hanno ampliato i suoi orizzonti, facendolo diventare una macchina agricola fondamentale e di eccellenza.

Nel 1928 in Italia circolavano poco più di 18 mila trattori e il 72 % di questi era localizzato nell’Italia settentrionale. Nel 1940, il numero di trattori era più che raddoppiato, con un parco di oltre 42 mila macchine, rimanendo invariato per alcuni anni a causa della guerra. La vera meccanizzazione di massa inizia nel 1960, quando i trattori diventano 300 mila, per raddoppiarsi nei dieci anni successivi (600 mila) e raddoppiarsi ancora nei successivi venti anni, con 1.200.000 unità nel 1990. Nel 2000 i trattori sono diventati 1.700.000.

Nel 1928, primo anno per il quale si dispone dei dati pubblicati dall’UMA, in provincia di Benevento, cuore del Sannio, erano censiti appena 26 trattori, pari al 16 % di quelli presenti in Campania e a meno dell’1 % di quelli in esercizio in Italia. Nel 1933 il loro numero raddoppia e raddoppia ancora entro l’anno 1941, quando si contavano a Benevento 101 trattori. Nel 1948 il loro numero si riduce a 62, e poi, come peraltro in provincia di Caserta, il loro numero segue la media di crescita nazionale.

Nella collezione dell’ISISS sono presenti alcuni modelli Fordson, Massey Ferguson, FIAT, OM tutti ancora funzionanti.

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Macchine per la fienagione

La fienagione è una tecnica di raccolta delle piante foraggere finalizzata alla conservazione del foraggio sotto forma di fieno.

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La tecnica consiste nello sfalcio dell’erba, seguito da una fase di essiccazione fino al raggiungimento di un’umidità non superiore al 15%. L’essiccazione si svolge prevalentemente in campo, attraverso operazioni di spandimento, rivoltamento, raccolta e accumulo per la conservazione. Una volta il fieno veniva raccolto sciolto e ammucchiato intorno ad altissimi pali a formare degli enormi cumuli oppure in fienili ma, dagli anni ’60, quasi tutta la produzione viene imballata e stoccata per il successivo utilizzo.

Le macchine indispensabili per la fienagione sono la falciatrice, il rastrello e l’imballatrice, che in un primo momento erano manuali e successivamente sono state trainate o animate da sollevatore, presa di forza o motore e sono diventate abbastanza complesse.

Un attrezzo molto diffuso nel Sannio a partire dagli anni della Battaglia del Grano, oltre che per imballare la paglia, soprattutto per pressare il foraggio, è stata l’imballatrice manuale orizzontale, costituita da una cassa in legno di forma di parallelepipedo con le pareti interne a superficie molto liscia.

Le imballatrici sono risultate utili ed apprezzate poiché il foraggio compresso meglio si presta ad essere trasportato, facilita il carico e lo scarico, va meno soggetto ai pericoli dell’incendio, richiede meno spazio di fabbricati per il ricovero ed infine meglio conserva il suo colore  iniziale, le sue proprietà e il suo aroma.

Imballatrici superstiti di colore arancio, verde, grigio o legno naturale, generalmente con due ruote per facilitarne il trasporto, sono state osservate a Castello del Matese, a San Potito Sannitico, ad Alife, a Pietraroja, a Capriati, a Paupisi, a Pietravairano, a Faicchio. Sono tutte  del tipo orizzontale, della categoria che comprimono il fieno per falde successive e quasi sempre proprietà di collezionisti. Questo tipo di attrezzo agricolo era spesso un oggetto dell’artigianato locale, almeno per quanto riguarda tutto il lavoro di falegnameria e di officina.

Prima degli anni ’50 per imballare la paglia, in coppia con le trebbiatrici venivano utilizzate le imballatrici a testa d’asino, spesso con legatura manuale, e poi dagli anni ’50, soprattutto con la produzione Gallignani, vennero commercializzate imballatrici piu’ leggere e meneggevoli, con legatore automatico.

Nella collezione dell’ISISS sono presenti un’imballatrice Gallignani 145 con motore ausiliare, due imballatrici manuali e, per quanto riguarda la fienagione, falciatrici a traino e motorizzate, e rastrelli a traino.

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